8 cose che possono rovinare una cena fuori

Uno dei piaceri della vita, specie in Italia, è concedersi una bella cena al ristorante. In tempi di crisi economica mangiare fuori non è la regola, ma una gustosa eccezione. Per questo, se qualcosa va storto, ci restiamo male.

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Ecco 8 cose che rischiano di farci rimpiangere un piatto di spaghetti mangiato a casa:

1. La trappola per turisti

Sempre meglio diffidare quando veniamo accallappiati da un “buttadentro” che ci propone il suo ristorante mentre passeggiamo per il centro storico di una città d’arte. Il rischio è quasi una certezza: cibo sciatto, porzioni misere, conto apocalittico con sorprese inaspettate, per esempio il 20% in più sul servizio non riportato dal menu. Evitare.

2. Le tavolate

Abbiamo prenotato nel nostro posto preferito per una cenetta romantica con la nostra dolce metà. Tutto sembra filare liscio, finché al tavolo accanto si presentano loro: 20 avventori 20. Di solito maschi adulti in libera uscita dalle mogli, cene aziendali o gruppi di amiche alle prese con un addio al nubilato.

Risultato: caciara invereconda, portate che non arrivano mai, battute sconce a voce altissima. E il romanticismo se ne va.

3. Famiglie con bambini

Tutti amano i bambini, di solito. Diventa però difficile mantenere questo sentimento così naturale di fronte a nugoli di ragazzetti urlanti lasciati liberi di imperversare per la sala, urtando gli avventori, magari versando loro addosso bicchierate di Coca Cola o lanciandosi fette di pizza da un angolo all’altro del ristorante.

Non azzardatevi a protestare con i genitori: se vi va bene la risposta sarà “Sono bambini, su…”, se vi va male rischiate un occhio nero. Del resto, si sa, per i genitori i figli “so’piezz’e core” e quel che fanno loro è sempre ben fatto.

4. Niente menu

Capisco l’impegno per l’ambiente: risparmiare carta è ammirevole. Nonostante questo, odio quei posti in cui il menu, semplicemente, non c’è. Arriva un cameriere che, poveraccio, si è imparato tutto quanto a memoria come se fosse la “Divina Commedia” e sciorina una sequenza di pietanze.

Alla terza ti sei dimenticato la prima. Alla decima gli chiedi di ricominciare perché ti sembrava che la quarta fosse interessante. Al terzo giro il cameriere è cianotico e manda lampi d’odio dagli occhi.

Finisce che finalmente un commensale rompe il ghiaccio e ordina qualcosa. Tutti gli altri, grati, urlano in coro “Prendo la stessa cosa!”, senza nemmeno sapere di che piatto si tratti.

5. Niente carta dei vini

Lo sanno tutti, una bottiglia di vino può avere praticamente qualunque tipo di prezzo. E quando dico qualunque, intendo qualunque: dagli 8 euro agli 8000. Ottima ragione per pretendere una carta dei vini con i costi ben specificati, anziché la solita sequenza sciorinata dal cameriere che ti costringe a fare la figura del tirchio chiedendo di ogni bottiglia: “Ok, ottimo, ma quanto costa?”.

A quelli che, dall’alto del loro charme, proclamano “se devi chiedere non te lo puoi permettere, mangia a casa” auguro che qualcuno gli metta in conto uno Chateau Margaux del 2005. Così, a sorpresa.

6. Il piatto che non c’è

Ordini la tua magnifica orata al forno con patate e, dopo quaranta minuti di attesa con orate che atterrano golose sui tavoli accanto, arriva il cameriere con aria contrita e ti comunica che l’orata è finita.

Ovviamente questo significa un’altra mezz’ora di attesa. Intanto gli altri hanno finito di mangiare e il tuo piatto sostitutivo arriva insieme ai loro caffé.

In questo caso, sia chiaro, un corposo sconto finale è obbligatorio.

7. La porzione da nouvelle cuisine

Non sono certo magrissimo, ma sarò io a decidere se e quando mettermi a dieta. Non certo stasera. Non comincio mai le mie diete al ristorante, dove pretendo, per l’appunto, di ristorarmi mangiando.

Così, carissimi, visto che ho ordinato una tagliata con rucola e grana, portate via dal mio piatto quel cilindretto di carne di cm 2×2 posato su una fogliolina e cosparso di artistici granelli di formaggio. Se me lo togliete dalla vista e mi portate una vera tagliata forse vedrete l’alba di domani.

8. Pura follia

Successa di recente in un posto molto informale: ci accomodiamo a tavola e passa circa un’ora. Tutti i piatti sono arrivati da tempo tranne il mio galletto alla griglia. Un galletto, cioè, niente di così complesso.

Chiedo lumi sul mio volatile. La cameriera va in cucina, e torna dicendo: “ci vuole ancora un’ora… sa, i tempi di cottura”. Tempi di cottura? Per un galletto? Ma cos’è, un’aquila reale? Sospiro. “Ok, lasciamo stare il galletto, mi porti un prosciutto e melone, quello è già pronto”. Riparte. Torna subito. “In cucina mi hanno detto che ormai deve aspettare il galletto tra un’ora, non può prendere un’altra cosa”.

Per carità di patria vi risparmio le scene seguenti, basti dire che dopo due (due!) minuti avevo il mio galletto davanti. A volte la disperazione ci rende molto, molto convincenti.

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