Perché le donne guadagnano meno degli uomini?

La parità di salario tra lavoratrici e lavoratori è un obiettivo ancora ben lontano dall’essere raggiunto, in Italia e in Europa… voi cosa ne pensate? 

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L’argomento è cruciale, forse una delle battaglie di convivenza civile più necessarie di questi anni: fare in modo che la parità tra uomini e donne, in larga parte ancora da realizzare, faccia un salto di qualità in un campo, quello del lavoro, dove ancora le differenze sono macroscopiche, sia in termini di carriera che di salario.

Il Gender Pay Gap: un problema molto attuale

Ma che cos’è il Gender Pay Gap? In poche parole, il parametro usato dalla Commissione Europea per valutare la differenza di stipendio tra uomini e donne nei vari paesi d’Europa. Si può tradurre in “differenziale salariale donna/uomo” e viene calcolato così: dato il salario orario medio di uomini e donne, si prenda la differenza e la si esprima come percentuale rispetto al salario orario maschile.

Questo indicatore ha il pregio di essere facile da stabilire, ed è un parametro comunque utile. Secondo questo indice la differenza di salario tra uomo e donna in Europa nel 2015 equivaleva al 16,3%. Si tratta di un dato importante, che naturalmente è molto inferiore anche solo a pochi anni prima, a indicare che l’Europa va verso una progressiva parificazione sociale.

Però… c’è un però grosso come una casa.

Un dato molto parziale

Una sorpresa: tra i dati del 2015 spicca (in senso virtuoso) quello italiano: un confortante 5,5%. Sembrerebbe una buona notizia, per una volta, ma analizzando il dato cominciano a sorgere dei dubbi. Infatti la Svezia, autentico paese-monumento dei diritti civili in Europa, si assesta su un 14% e la modernissima Germania a uno sconcertante 22%.

Dati simili uniscono più o meno tutte le grandi nazioni europee, come Francia, Germania, UK e quelle con tradizioni di parità tra i sessi molto consolidate (per esempio Danimarca e Olanda).

Tra i paesi più virtuosi, al contrario, a fare compagnia all’Italia troviamo Malta, Polonia e Romania. Il dubbio comincia a diventare certezza quando si vanno ad analizzare i dati di retribuzione annua o mensile: il gap si allarga a dismisura. Qualcosa non va.

Occupazione femminile: il problema a monte

L’analisi dei dati ne porta a galla uno che fa emergere chiaramente l’inadeguatezza dell’indicatore: la media è stata calcolata sulla percentuale delle donne occupate, senza considerare i dati sull’occupazione femminile nei vari paesi. In sintesi, paesi come l’Italia (o Malta, o la Romania) hanno delle percentuali molto basse di occupazione femminile.

Cosa significa? In soldoni, che in molti paesi (per esempio, la Germania) la maggior parte delle donne lavorano, pur mantenendo un gap di stipendio rispetto a quelli maschili, mentre in altri paesi (come l’Italia) la percentuale di donne occupate (o pienamente occupate) è così bassa da abbassare la percentuale del gap.

Questo dato, insomma, dice che in Italia le donne che lavorano sono molto meno che nel resto d’Europa e rende molto meno realistico il differenziale, a causa del criterio usato, che ignora il fatto che la maggioranza delle donne italiane lavorino molte meno ore, o spesso… zero.

Comunque, senza nemmeno coinvolgere il mondo dell’occupazione zero, è sufficiente passare da un indicatore orario a uno annuo e il dato passa (in Europa) dal 16% a oltre il 31%.

Certo, è vero che chi ha un lavoro regolare può vantare uno stipendio non lontano da quelli maschili, ma questo dato probabilmente emerge solo perchè a entrare nel mercato del lavoro sono solo le donne più istruite, e questo porta a una retribuzione media più elevata, che resta comunque più bassa degli uomini.

Le ragioni di un problema

Ma quali sono i motivi di questa autentica forma di discriminazione sul lavoro?

Una delle ragioni è la segregazione nel mercato del lavoro: gli uomini e le donne tendono a fare lavori diversi. Se è vero che in certi ambiti sono le donne a predominare, è vero anche che sono i settori di solito meno pagati. Spesso le donne sono concentrate in settori come il tessile, i servizi alla persona, l’insegnamento, la salute, dove in generale gli stipendi sono più bassi.

Molte donne fanno lavori a basso costo, come assistenza, pulizia, etc.

Le donne sono inoltre sottorappresentate nei settori del manegement e negli alti livelli delle grandi aziende.

Stereotipi duri a morire

Questo può anche essere dovuto a una sorta di stereotipo che agisce proprio al momento della scelta di studi e professionale delle giovani: la maggior parte delle laureate sono donne, ma solo una minoranza in settori come matematica, informatica, ingegneria, economia. Settori trainanti e in generale tra i meglio pagati.

Andiamo poi alle note più dolenti: tuttora le responsabilità in famiglia non sono ugualmente condivise, specie nei paesi mediterranei. Il risultato è che le donne hanno più frequenti interruzioni di carriera, sono più spesso costrette a scegliere orari part-time per occuparsi della famiglia e questo porta, in ultima analisi, a più difficoltà di crescita professionale e a pensioni più basse.

Lo stereotipo che vuole la donna più propensa a occuparsi dei figli, degli anziani, della famiglia, inoltre, agisce anche al momento della scelta del lavoro: il part time riguarda molto più il lavoro femminile, rispetto a quello maschile.

A questo tipo di stereotipi si aggiunge un alto livello di vera e propria discriminazione: spesso, senza alcuna giustificazione né alibi rispetto a percorsi di studi, anni di esperienza o capacità professionali, negli stessi uffici colleghi che lavorano l’uno accanto all’altra hanno buste paga di peso differente. In questo caso, la motivazione sessista è analoga ad altre simili situazioni riguardanti, per esempio, il colore della pelle.

La situazione purtroppo è ancora lontana da una soluzione: se il cambiamento segue il ritmo sostenuto tra il 1960 e il 2016, le donne verranno pagate come gli uomini nel 2059. Questo se continua ad andare nella giusta direzione, cosa che per esempio non accade in Italia (e non solo), dove il gap negli ultimi anni è addirittura aumentato, in controtendenza col resto d’Europa. Un campanello d’allarme che fa capire, una volta di più, che quella per l’adeguamento dei salari tra uomini e donne è una battaglia non più rimandabile.

Per approfondire gli studi europei, ecco un link

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