Bio, Km zero, vegano e altri misteri alimentari

La confusione regna sovrana nei supermercati: cerchiamo di saperne di più.

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Approfittando della rinnovata attenzione dei consumatori per la qualità e la provenienza dei cibi, fioriscono come margherite in primavera etichette tentatrici che promettono salute, benessere e filiere corte. Dal biologico all’equosolidale, dal dietetico al Km zero, tutte queste definizioni rischiano talvolta di confondere le idee.

Purtroppo, per esempio, è frequente vedere gente che compra prodotti senza glutine perché “fanno bene”. O prodotti con la scritta “vegan”, molto più costosi di analoghi prodotti di fatto vegani, ma senza il “bollino”. Pensiamo sia quindi il caso di dare una sintetica, precisa definizione alle varie etichette.

Bio

L’idea che sta alla base del prodotto biologico è semplice: rispettare il terreno con interventi limitati e non invasivi, limitare ed escludere i prodotti Ogm, limitare i macchinari industriali e i fertilizzanti o pesticidi chimici scegliendo concimi naturali e, contro le infestazioni, prodotti vegetali, minerali e animali.

Tornare, in una parola, ai metodi di coltivazione dei nostri bisnonni per una gestione più rispettosa dell’ambiente in generale.

Quando l’etichetta riguarda prodotti non alimentari (per es. detersivi, shampoo etc.) indica che il prodotto è a base di sostanze naturali, senza aggiunte di prodotti chimici… almeno in teoria. Non è tutto qui, ma per una rapida sintesi può bastare.

Naturalmente questo non significa che il prodotto faccia dimagrire, o che sia stato realizzato da lavoratori più felici o meglio pagati.

Dietetico

In questo caso l’obiettivo è vendere prodotti in grado di dare minore apporto di grassi, zuccheri e talvolta carboidrati, favorendo il metabolismo ed evitando l’accumularsi di massa grassa.

Ovviamente tutto questo, benché del tutto legittimo, non ha niente a che fare con le condizioni dei lavoratori, con il benessere degli animali, con l’attenzione all’ambiente.

Premesso che ogni organismo ha le sue necessità, e che chiunque desideri dimagrire dovrebbe consultare un dietologo anziché cominciare a comprare a caso prodotti “soi-disant” dietetici, aggiungiamo come postilla un riferimento ad alcuni alimenti con caratteristiche particolari.

– Cibi senza glutine

Si parla in generale di pasta, pane e panificati, ma non solo. Quelli con l’etichetta “senza glutine” o “gluten free” si rivolgono a una parte specifica dei consumatori: i celiaci.

Ipersemplificando, la celiachia è una malattia che, per l’appunto, prevede una grave intolleranza al glutine.

Gli alimenti che lo escludono non sono né più buoni, né più sani, né dietetici, ma semplicemente privi di una sostanza che danneggia una certa categoria di persone. Tutto qui.

– Cibi senza olio di palma

Questione combattuta, che dopo un grande scandalo legato principalmente allo sfruttamento dei lavoratori nelle aree di coltivazione delle palme si è trasformato in un’onda mediatica incontrollata.

Ormai è luogo comune ritenere che l’olio di palma “faccia male” e che quindi “senza olio di palma” significhi “più sano”. Senza entrare nel merito della questione, ci limitiamo a dire che “senza olio di palma” non vuol dire nient’altro.

Per dire, un alimento potrebbe essere strapieno di pesticidi, contenere un intero panetto di burro, coltivato con il peggior sfruttamento dei lavoratori possibile e immaginabile e, nonostante questo, essere privo di olio di palma.

Anche le sigarette sono senza olio di palma, ma ciò non le rende più sane.

Km zero

Quando si parla di chilometri zero, si intende, semplicemente, un prodotto che viene venduto nella stesso territorio dove si produce. Per esempio, l’olio extravergine prodotto in provincia di Prato, se venduto a Prato, sarà a Km zero.

Puntare sul cibo locale ha grandi vantaggi: il produttore garantisce sulla genuinità e guadagna di più potendo ammortizzare le spese, i costi di trasporto si abbattono come anche l’inquinamento dovuto alle esigenze del trasporto stesso. Di conseguenza, solitamente, anche il prezzo è più abbordabile.

Inoltre permette ai consumatori di riscoprire i sapori locali, di stagione e la tradizione del territorio.

Sono tutti valori magnifici, che sosteniamo, ma non rendono questi prodotti né vegani, né dietetici, né equosolidali. Spesso, però, sono bio: questo tipo di filosofia va normalmente di pari passo con scelte di agricoltura e allevamento biologico.

Vegan

Il vegetarianesimo promuove un consumo che esclude la carne animale (pesce compreso) e, semplificando al massimo, ne rifiuta l’utilizzo a scopi alimentari. Questo riguarda anche l’uso di pellame e, in genere, di prodotti che prevedano la morte dell’animale.

La sua derivazione più radicale, il veganismo, esclude ogni tipo di sfruttamento animale, rifiutando anche il consumo di ogni tipo di derivati (per fare qualche esempio, latte, uova, formaggio, miele, lana).

Anche se i sostenitori di questa filosofia di vita ritengono che sia a prescindere più salutare, va specificato che un prodotto vegano non è necessariamente biologico, né equosolidale, né dietetico.

Commercio equosolidale

In questo caso si parla di una scelta etica, non legata alla salute o alla dieta. I prodotti equosolidali sono spesso anche biologici, ma non è sempre così. Si tratta, in questo caso, di una scelta che riguarda la tutela dei produttori, normalmente provenienti dai paesi più poveri.

Questo sistema garantisce l’eliminazione di una serie di passaggi tra chi produce e chi consuma, e in questo senso è simile al Km zero. La differenza è che questo tipo di commercio è internazionale e riguarda il tentativo di far sì che i lavoratori dei paesi più poveri possano avere guadagni maggiori e condizioni più dignitose.

La causa del commercio equo e solidale prevede anche il divieto di sfruttamento dei minori, lo stanziamento di fondi per la formazione nei paesi di provenienza, la garanzia di contratti di lunga durata fra produttore e distributore (spesso una cooperativa). Un tipico esempio: caffè, tè e cioccolata equosolidale a marchio Coop o similari.

Se un tempo questo tipo di commercio si definiva in modo molto chiaro in contrasto con le grandi multinazionali, ora la situazione è molto più confusa, visto che moltissimi grandi brand, per non perdere il treno dei consumatori consapevoli, hanno da tempo la loro linea “solidale”.

Anche in questo caso si tratta di una causa di grande importanza, che però non ha niente a che fare con le altre. Spesso sono anche prodotti biologici, ma non necessariamente dietetici, vegani o tantomeno km zero… proveniendo normalmente da aree geografiche assai lontane da qui.

In conclusione, questa piccola e sintetica guida per il consumatore serve principalmente a far passare una regola base: le parole hanno un senso preciso. Bio vuol dire bio, vegan vuol dire vegan e così via.

Far passare tutti questi termini attualmente “di moda” come qualcosa che genericamente “fa bene” è, oltre che falso, dannoso per le stesse cause – sacrosante e legittime – che ognuno di questi termini cerca di promuovere.

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