Ambiente e sicurezza: il continente di plastica

Un’isola d’immondizia nell’oceano, larga centinaia di migliaia di chilometri e ancora più profonda. Questa terribile immagine purtroppo è reale, ed è uno dei peggiori incubi della nostra epoca.

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La cosiddetta “Great Pacific Garbage Patch” è, più che un’isola vera e propria, un accumulo di detriti soprattutto di materiale plastico che si è accumulata in un punto preciso, trasportata dalle correnti marine.

Detta anche “Vortice di spazzatura del Pacifico”, si trova in una larga fascia che parte dal Giappone alla costa ovest degli Stati Uniti e si compone di due “punti di raccolta”, uno a Est e uno a Ovest.

Quindi, in un certo senso, le isole sono due, collegate da una sorta di “autostrada marina” creata dal punto di convergenza tra le correnti calde del Sud Pacifico e quelle fredde dell’Artico. In quest’area lunga centinaia di chilometri i detriti scorrono, spostandosi da un’isola all’altra.

Cos’è e quanto è grande?

La dimensione del continente di plastica non è ancora stata stabilita con certezza, ma si va da un minimo di 700000 km quadrati (più o meno la dimensione della penisola iberica) a un massimo di 10 milioni di km quadrati (più della superficie degli Stati Uniti). L’area è circondata da una zona di correnti circolare ampia 20 milioni di chilometri quadrati che rende l’area particolarmente calma, intrappolandovi i rifiuti non biodegradabili.

La plastica, purtroppo, non si degrada: si sbriciola in pezzetti sempre più piccoli, detti “microplastica”.

In questo senso l’immagine di un continente di rifiuti non è del tutto corretta: la realtà corrisponde più a un’immenso mare in bonaccia pieno di minuscole particelle, che rendono la consistenza dell’acqua una brodaglia particolarmente densa, intervallate da oggetti più grandi come reti da pesca, scarpe, bottiglie, giocattoli…

Sotto la superficie

La parte peggiore della faccenda è il fatto che la già immensa superficie inquinata sia solo la punta dell’iceberg: il 70 per cento dei rifiuti più pesanti infatti si trova a maggiore profondità, sotto la superficie.

Nessuno è attualmente in grado di stabilire quanti rifiuti si trovino in quest’area: è troppo grande per essere analizzata in modo completo dagli scienziati, considerando che i detriti sono sempre in movimento tra le due aree principali e che, appunto, la maggior parte si trova a una profondità che va da pochi centimetri a qualche metro.

Quello che per ora è stato stabilito è che la maggior parte dei rifiuti presenti in quest’area proviene da Nord America e Asia. La plastica americana impiega circa sei anni a raggiungere il luogo, quella asiatica circa un anno.

Il resto dei rifiuti viene dalle navi, per maggioranza reti da pesca, o da container affondati. Si può trovare di tutto, dai monitor da computer ai pezzi di Lego, ma la maggior parte dei detriti sono composti da sacchetti, tappi e bottiglie.

La procedura di sbriciolamento della plastica dipende dall’effetto della luce del sole (fotodegradazione) e forma una quantità di microplastica valutata intorno ai 750000 pezzetti per chilometro quadrato.

Cosa succede alla fauna marina

Dal punto di vista della fauna marina, questa situazione produce effetti gravissimi.

Le tartarughe marine scambiano i sacchetti per meduse, loro alimentazione tipica, mentre gabbiani e albatri scambiano le particelle per uova di pesce e le portano ai loro piccoli, con il risultato di farli morire di fame e danni all’organismo.

I mammiferi marini (per esempio le foche) rischiano di rimanere intrappolati nelle reti, affogando.

In più i detriti ostacolano il passaggio della luce del sole, danneggiando i microrganismi fondamentali per la vita marina, come il plancton e molti tipi di alghe, organismi autotrofi che producono il proprio nutrimento da ossigeno, carbone e luce del sole.

Se il plancton e le alghe vengono minacciati, di coseguenza tutta la catena alimentare marina rischia il collasso: dai pesci più piccoli e dalle tartarughe, che si nutrono di queste sostanze, fino ai predatori che degli altri pesci si nutrono, come tonni, squali e balene (che tra l’altro si nutrono in parte direttamente di plancton).

Le conseguenze per l’uomo

Per gli esseri umani questo significa prima di tutto che il pesce diventerà sempre più raro e più costoso… ma non solo.

La plastica infatti contiene moltissime sostanze chimiche dannose, destinate degradandosi a contaminare sia il mare che la fauna stessa. Sostanze che, in ultima analisi, finiranno per entrare a far parte della nostra stessa alimentazione con danni gravi per il nostro organismo, sia a breve che a lungo termine.

Cosa possiamo fare?

Ripulire l’oceano da questa mostruosità non è così facile.

Nessuna singola nazione ha la responsabilità diretta di questi tratti di mare, ma, al tempo stesso, molti individui e organizzazioni internazionali si stanno dedicando a cercare almeno di impedire che il continente di plastica si ingrandisca.

Eliminarlo del tutto al momento non sembra possibile. Gli esperti hanno stimato infatti che per ripulire l’uno per cento dell’Oceano Pacifico del Nord sarebbero necessarie almeno 67 navi all’anno in servizio permanente.

Per fortuna, qualcosa si muove. Charles Moore, che ha scoperto il “continente” nel 1997, ha fondato l’associazione Algalita Marine Research Foundation, cercando di far conoscere la situazione a più persone possibili e monitorando l’estensione sottomarina dei rifiuti.

Mentre si moltiplicano gli sforzi per avere ragione di questa situazione, la presenza del “continente di plastica” è un monito costante all’uomo per aumentare l’utilizzo di materiali biodegradabili e riciclabili, riducendo sempre di più l’uso di materiali plastici e sostanze tossiche.

Un impegno da cui dipende la salute dell’ambiente, della fauna, dell’intero oceano ma anche, direttamente, la nostra salute.

Il rischio di nutrirci tutti di alimenti contaminati da particelle di microplastica infatti, non riguarda solo l’oceano ma anche i corsi dei fiumi, la terra che coltiviamo, l’acqua che beviamo e gli alimenti di cui ci nutriamo, che siano animali o vegetali.

Un nemico invasivo che rischia di contribuire alla diffusione di malattie terribili e contro cui è necessario combattere con tutte le nostre forze.

Quasi dimenticavo: visto che oggi è San Valentino, rivolgiamo il nostro amore alla persona che abbiamo accanto cercando di regalarci, insieme, un oceano, un mondo e un ambiente migliore e più sano.

Un buon inizio potrebbe essere evitare di acquistare inutili gadget di plastica a forma di cuoricino che finiranno sicuramente tra i rifiuti entro pochi giorni…

Fonte di riferimento: National Geographic

Per informazioni e sostegno: Algalita

 

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4 pensieri riguardo “Ambiente e sicurezza: il continente di plastica

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