Come smettere di preoccuparsi troppo sul lavoro

Più del lavoro in sé, a crearci problemi sono le preoccupazioni. Ancora di più: la preoccupazione di non riuscire a smettere di preoccuparsi. Insomma, un loop che troppo spesso ci rovina la giornata…

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Come si interrompe questa fastidiosa spirale? La risposta è semplice e antica, anche se ha un nome moderno: Mindfulness.

Un termine anglofono che si potrebbe tradurre con “Piena consapevolezza e accettazione dell’esperienza quotidiana da parte della nostra mente”.

Il che spiega come mai è più facile usare l’inglese, talvolta…

Una parola di gran moda, ma cosa significa? Abbiamo deciso di proporre un piccolo elenco dei punti chiave di questa pratica, come vengono spiegati da Ronald Siegel nel suo libro “The Mindfulness Solution” e presentati da un articolo in inglese tratto dal sito theladders.com

1. Tu non sei i tuoi pensieri

All’obiezione di “non essere consapevole del presente” molti risponderebbero: “Certo che sono consapevole. Sono presente, sono qui”.

La verità? Di solito non è vero: stai guardando il tuo smartphone. Ti stai preoccupando del futuro. Stai rimpiangendo qualche scelta fatta in passato.

Ti stai lamentando di qualcosa (il traffico, un collega, il partner, i figli) che non sta andando secondo la visione che hai tu di come “dovrebbe andare”.

In poche parole, stai pensando troppo. Ci stai ricamando sopra.

Stai trasformando il flusso continuo dei tuoi pensieri nella realtà, dimenticando di guardare davvero il mondo fuori. Il principio fondamentale del concetto di “mindfulness” è proprio questo: prendiamo i nostri pensieri troppo sul serio.

Noi non siamo i nostri pensieri. I nostri pensieri non sono necessariamente veri: ne scorrono centinaia in pochi secondi, e quasi tutti sono… beh, fuffa.

Dobbiamo fare un passo avanti: visto che ci passano per la mente una quantità enorme di pensieri dannosi, inutili, ansiogeni o semplicemente cretini che non riusciamo assolutamente a fermare e, anzi, più cerchiamo di liberarcene peggio è, l’unico modo per affrontarli è accettarli.

Dobbiamo imparare a “vederli scorrere” come le pubblicità in televisione, come un rumore di fondo non necessariamente vero.

2. Osserva senza giudicare

La pratica della Mindfulness è tutto il contrario delle discipline legate a “vuotare la mente”. No, qui si parla di abbracciare la tua esperienza, anche se spiacevole. Prendere i fatti della tua vita per quello che sono, non per quello che dovrebbero o potrebbero essere (o vorresti che fossero).

Se viviamo un evento doloroso, anziché cercare di cancellarlo, secondo questa pratica dobbiamo lavorare sulla capacità di accettarlo e sopportarlo.

Belle parole, certo. Ma come diavolo si fa?

La parola chiave è “attenzione”. Il convitato di pietra degli anni ’10 di questo secolo.

Quella che, bombardati da qualunque tipo di stimolo esterno, non abbiamo praticamente più.

Basta distrazioni: immergiamoci. In modo neutro, senza dare opinioni né giudizi su quello che vediamo.

Ogni volta che ti preoccupi, di qualcosa ricorda che i tuoi pensieri non sono reali. La tua vita come essere vivente sul pianeta Terra è decisamente più reale: prova a riconnetterti col mondo!

3. Concentrati sui tuoi sensi

Un buon trucco per “staccarti” dallo stress quotidiano è concentrarsi sui tuoi sensi, su quello che c’è fuori da te.

Guarda i volti e le mani delle persone. Annusa l’aria: c’è odore di pane fresco? Di caffè? Magari di nafta o di (bleah) spazzatura? Amplifica le percezioni. Sfiora un tronco d’albero o la rugosità di una parete.

Piacere, sono il mondo, era un po’ che non mi consideravi.

Piantala di pensare al prossimo momento di gioia (la cena con gli amici, il divano), cerca di apprezzare quello che stai vivendo ora.

Il treno è in ritardo? Invece di sacramentare, arrabbiarti, soffrire, cogli l’occasione per immaginare la vita degli altri passeggeri, cogliere qualche dettaglio estetico o architettonico della stazione. C’è sempre qualcosa di interessante da fare, proprio a due passi da te.

4. Metti etichette ai tuoi pensieri

La prima obiezione che può arrivare a un discorso del genere è molto semplice: le preoccupazioni ritorneranno, caro, non sarà certo il profumo di caffè a spazzarle via.

Certo. Ne siamo coscienti.

Ma il nostro scopo, come abbiamo detto, non è cancellarle, bensì affrontarle senza farcene travolgere. Per questo, la soluzione migliore è prenderne nota.

Passa un pensiero cupo… per esempio: “non sono in grado di svolgere il lavoro che mi hanno chiesto”. Prendine nota, e torna a concentrarti su quella bella finestra liberty o magari sulla sensazione della panchina di legno della stazione sotto il tuo sedere.

Appuntati il pensiero molesto. Secondo Siegel è utile dargli una sorta di etichetta ridicola o sdrammatizzante, tanto per smontarlo un po’. Per esempio: “Ehi, ecco “Autostima sottozero”, guarda chi si vede! Ora che ti sei espresso, posso continuare a guardare quella bionda carina?”

Per ogni pensiero, una categoria. “Dubbio”, “Giudizio”, “Fantasticheria”, “Pianificazione”, “Ossessione”, “Critica”, “Nostalgia”…

Stai pensando che quando eri ragazzo le cose andavano meglio, che ora fanno schifo, che la gente è più maleducata, che non ci sono più le estati di una volta, eccetera?

Beh, è molto probabile che tu sia entrato nel tipico pensiero di Zio Paperone quando ricorda la prima tonnellata d’oro rastrellata in Klondike: “Ai miei tempi, nipoti…”

Un pensiero che bolleremo come “Klondike Moment”, che può finire nella categoria “Nostalgia”… e, per quanto ci riguarda, rimanerci.

Tra l’altro, allontanarci dal loop dei nostri pensieri e dare più attenzione al mondo esterno porta anche ad altri risultati positivi: una maggiore empatia con le persone a cui vuoi bene, più capacità di ascoltarle e di capirle.

Lascia scorrere i pensieri, etichettali e lascia che siano un rumore di fondo o poco più, mentre ti concentri sulle persone che ami.

NOTA: Questo testo è una libera interpretazione di un articolo (in inglese) tratto dal sito theladders.com: ecco il link alla fonte.

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