Minimalismo: avere meno rende più felici?

Questi lunghi anni di crisi economica creano enormi disagi, ma, come sempre nei momenti difficili, possono anche insegnarci qualcosa. Per esempio, a cosa si può rinunciare senza soffrire… anzi.

minimalism smanapp

Una premessa: non è la favola sulla volpe e l’uva.

Lo scopo di quest’articolo non è spingere chi ha perso il lavoro a consolarsi al grido di “se non puoi permettertelo, fattene una ragione“.

Tanto meno vuole eliminare il disagio di chi si trova in questa condizione, che purtroppo ho ben conosciuto di persona per un lungo periodo. Quel disagio c’è, ed è tra i peggiori che possa affrontare un essere umano.

L’idea di un articolo di questo tipo, proprio a ridosso della Festa dei Lavoratori, è esattamente il contrario.

Dollaro risparmiato, dollaro guadagnato

Per rilanciare non solo l’economia ma il benessere di un paese, sono necessarie prima di tutto politiche che diano lavoro a tutti e coperture economiche ai più disagiati, a chi si è trovato improvvisamente “fuori mercato” e rischia di diventare preda degli usurai o del male oscuro della depressione.

Questo è sacrosanto, e riguarda tutti coloro che hanno responsabilità in tal senso, imprenditori, politici, amministratori, sindacati.

Ma qualcosa possiamo fare anche noi, anche se non siamo disoccupati: è necessario una sorta di “cambio di passo” rispetto a noi stessi e a quelle che sono le nostre autentiche necessità.

Quel vecchio capitalista incallito di Zio Paperone, un vero esperto in materia, dichiarava: “dollaro risparmiato, dollaro guadagnato”. I soldi che non spendi finiscono alla stessa voce “guadagno” di quelli che incassi.

Se è evidente che la crisi ha portato moltissime persone ad andare sotto la soglia di sopravvivenza, rendendo impossibile anche l’acquisto dei beni fondamentali (e, in questi casi, non c’è risparmio che tenga, il colpo è durissimo…) è ugualmente vero che veniamo bombardati ogni giorno da tutti i media da inviti a desiderare enormi quantità di cose non necessarie.

Mi serve davvero?

Mi spiego meglio. Prima di perdere il lavoro, ero abituato a una serie di piccoli rituali che ritenevo semplicemente imprescindibili. L’idea di perderli mi avrebbe destabilizzato, o almeno, così credevo.

L’acquisto del giornale la mattina, il caffè, a volte un fumetto, una cena fuori. Tutte abitudini che, a un certo punto, ho dovuto mettere in discussione.

Quell’euro di giornale quotidiano sembrava nulla, ma alla fine dell’anno rappresentava… 365 euro.  E altri 365 di caffè. A volte il doppio. Già quasi uno stipendio se ne andava così. Ho valutato queste spese, e le ho dovute eliminare.

Quando mi sono trovato nuovamente a potermi permettere tutto questo, mi sono reso conto che, dopotutto, molte cose non erano necessarie.

Non lo sono i telefonini ultimo modello. Non lo è il televisiore ultrapiatto. Non lo sono le scarpe alla moda.

Così, non ho più cambiato le mie nuove abitudini. Il giornale lo leggo al bar o in biblioteca e da anni non tocco un caffè… il che non fa nemmeno male alla salute.

La scoperta è stata questa: niente della mia vita è peggiorato con queste rinunce.

Gli oggetti… sono solo oggetti

Ognuno sa (o dovrebbe imparare a sapere) a cosa può e a cosa non può rinunciare.

Il mio metodo è, di solito, questo: se mi coglie un folle desiderio di qualcosa, magari indotto inconsciamente da qualche messaggio pubblicitario, lascio passare una settimana prima di fare l’acquisto.

Di solito, passati sette giorni, quel desiderio è svanito, come un incantesimo d’amore evaporato. Se invece rimane, mi pongo nuovamente il problema: mi serve davvero?

Non resterà a prendere polvere in un angolo della casa? Non è che sugli scaffali del negozio sembrava più bello, ma poi, non appena diventa mio, capisco di aver fatto una stupidaggine?

La scoperta dell’attesa

Avere meno non è solo la consolazione del povero. Avere meno è necessario per la felicità. La bulimia di oggetti non riempirà mai il vuoto interiore, che ha invece bisogno come acqua di ben altre cose.

Che, mi si scusi la retorica, non si comprano: una passeggiata all’aria aperta, l’amore, l’amicizia, una vita ricca di rapporti umani veri, concreti, non solo in rete, fatti di persone con cui uscire, che puoi avere accanto, toccare, abbracciare.

Le cose vitali, alla fine, sono poche: un tetto sulla testa, riscaldamento, acqua, luce e cibo da mettere in tavola ogni giorno per noi e per la nostra famiglia, i mezzi (privati o pubblici) per spostarsi. Il resto è sovrastruttura, piacevole quanto si vuole ma, in caso di necessità, sacrificabile.

C’è anche un altro aspetto, infatti, da considerare: quando, alla fine, ci si concede dopo una lunga attesa qualcosa a cui si è rinunciato per molto tempo, per esempio regalandoci un concerto, una vacanza, una cena speciale, il sapore di quel momento sarà davvero come quello di Natale quando eravamo bambini.

Se invece ogni volta che ci nasce una voglia ce la togliamo subito, tutto diventerà, alla fine, noioso e scontato e l’emozione se ne andrà via. Felicità è anche attesa.

La decrescita felice

Vivere con meno è ormai una pratica diffusa in molti paesi del mondo, come Giappone e Stati Uniti: si chiama decrescita felice ed è come una disintossicazione da tutti i pensieri consumisti che ci ossessionano.

Sarebbe meglio farlo quando non siamo in emergenza economica: se ci abituiamo a questa pratica per scelta e non per necessità, ci diventerà meno fastidioso applicarla se la vita ci obbligherà a farlo.

La decrescita felice è un pensiero nato in Giappone, e non ci stupisce: è la terra del minimalismo nell’arredamento, degli interni sobri e quasi privi di mobilia, del recuperare e ripensare sempre alla saggezza degli antenati.
Decrescita felice significa accettare la rinuncia come una sorta di “repulisti interiore”, dare meno peso agli oggetti, liberarsi dal caos simbolico delle “cose” che affollano casa, concentrandosi su noi stessi e sui rapporti con gli altri.
Gli oggetti spesso sono zavorre, che ci ancorano alla terra, impedendoci di volare.

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