La rivincita dell’uomo col cappello

Figure mitologiche di guidatori di un tempo ormai lontano ci guardano dal passato con tenerezza… e noi guardiamo loro, mentre l’ennesimo pilota armato di smartphone ci taglia la strada.

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C’era una volta l’uomo col cappello.

Temuto e deriso, percorreva le strade chino sul manubrio, a velocità ridottissima.

Di solito guidava un’utilitaria che aveva visto tempi migliori.

Di solito un Pandino ammaccato, ma anche le vecchie Fiat 500 e 127 erano ben rappresentate. Più di recente, si vedeva a bordo di certe Hyundai dalla linea e dalle prestazioni degne di una Trabant esteuropea.

L’uomo col cappello era lo scherzoso prototipo del peggior guidatore possibile, quello che rischiava di prendere le rotonde “all’inglese” e che si fermava a riflettere mentre il verde diventava giallo e poi rosso, per la gioia degli altri automobilisti.

Età media 70 anni, riconoscibile dal posizionamento del sedile a pochi millimetri dal volante e, appunto, dall’abitudine di indossare il cappello alla guida, aveva alcune particolarità impagabili.

Tra tutte, splendida e tipica quella di “spingere” l’auto con tutto il corpo per farla accelerare, memoria vivente dei cocchieri e fiaccherai di un tempo.

Figure preistoriche, ormai. Ricordi teneri di un’Italia che fu, in cui il peggior guidatore che poteva capitare era, per l’appunto, questo tenero omino col cappello.

Il tempo è passato.

Oggi, anno 2018, i vecchietti col cappello non osano nemmeno mettere il naso fuori.

I pochi ardimentosi non li noti più, comunque: il fastidio che possono creare scompare di fronte alla marea di comportamenti folli di chi guida mandando messaggi e commentando sui social, di chi si fa selfie al volante, di chi per un tocco di clacson scende per malmenarti, di chi brucia stop, semafori, precedenze e pretende anche di avere ragione, di chi non capisce le rotonde, di chi ha dei Suv formato carrarmato e si sente in dovere di usarli come armi improprie, di ciclisti che ignorano le strisce, di pedoni che ignorano la legge di sopravvivenza tuffandosi in mezzo alla strada con gli occhi piantati sul solito telefonino.

Per questo, oggi ho voglia di rivalutare quel guidatore in fondo innocuo, solo un po’ irritante, e dedicargli un pensiero intenerito, come quando si pensa a un dodo, a un rinoceronte, a una specie già estinta o in via d’estinzione, goffa, anacronistica ma in fondo simpatica.

PS: anticipo le critiche dichiarando ufficialmente che, sì, questo articolo appartiene decisamente alla serie vetero-nostalgica del tipo “si stava meglio quando si stava peggio” e “ai miei tempi eccetera”.

Ogni tanto precipito precipito in questo mood passatista… perdonatemi, stavolta è andata così.

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