Un manifesto per salvare il mondo

L’impatto dell’uomo sul Pianeta è sempre meno sostenibile, è necessario ripensare in modo radicale il nostro rapporto con l’ambiente. Un intervento tratto dal sito della BBC.

ambiente smanapp

 

Un recente articolo della BBC annuncia l’uscita del libro “The Human Planet: How we created the Anthropocene” (che ci auguriamo venga pubblicato anche in Italia) di Simon Lewis e Mark Maslin dell’University College di Londra, dando la parola agli autori.

Abbiamo ritenuto di tradurre questo intervento, data la sua rilevanza sul tema della sicurezza ambientale.

Le loro riflessioni sono lucide e presentano un problema molto serio.

Le loro proposte, per quanto possano apparire addirittura bizzarre a una prima percezione, sono sicuramente uno spunto di riflessione per cercare di immaginare un altro stile di vita possibile, dato che quello attuale sta portando in tempi molto rapidi a un probabile collasso del pianeta.

L’era dell’Antropocene

“L’impatto delle azioni umane sul nostro pianeta (e casa nostra) sono talmente grandi da far dichiarare a molti scienziati che siamo in una nuova fase della storia della Terra.

Alle vecchie forze della natura che hanno trasformato la Terra milioni di anni fa, come meteoriti e mega-vulcani, se n’è aggiunta una nuova: noi.

Stiamo vivendo una nuova era geologica, chiamata Antropocene.

Gli scienziati concordano nel sostenere che la società è entrata in un tempo nuovo e pericoloso. Ma cosa possiamo fare?

Nel nostro libro “The Human Planet” (Il Pianeta Umano), presentiamo una nuova visione di come gli esseri umani sono passati dallo scendere giù dagli alberi dell’Africa fino a essere una delle forze più potenti della Terra.

Siamo dell’idea che per evitare cambiamenti ambientali ancora più grandi, in grado di portare al collasso sociale, sia necessario conoscere il potere che la società moderna possiede, per dirigerlo verso un cambiamento in grado di creare un nuovo tipo di società nel XXI secolo.

La nostra influenza è molto più profonda di quanto noi stessi si sia consapevoli.

Globalmente, le attività umane muovono più terra, pietra e sedimenti ogni anno di quanto ne venga messa in movimento da tutti gli altri processi naturali messi insieme.

L’ammontare del cemento realizzato dall’uomo è sufficiente per coprire l’intera superficie della Terra con uno strato spesso due millimetri. Le microplastiche si trovano in tutti gli oceani.

Abbiamo tagliato metà degli alberi della terra e reso l’estinzione di intere specie una triste costante.

La terra sta diventando “Il pianeta di plastica”

Fabbriche e fattorie rimuovono tanto nitrogeno dall’atmosfera quanto tutti i processi naturali della Terra, il clima sta cambiando velocemente a causa delle emissioni di diossido di carbonio dovute all’uso dei combustibili fossili.

Statistiche da brivido, al di là delle quali si nasconde il problema principale: la mega-civilizzazione interconnessa di oggi, che permette a 7 miliardi e mezzo di vivere più a lungo e più in salute che in ogni altro periodo storico, continuerà a rinforzarsi o useremo le nostre risorse indiscriminatamente finché non finiranno e la civiltà umana collasserà?

Per rispondere, abbiamo reinterpretato la storia umana usando gli strumenti della scienza moderna, in modo da farci un’idea più chiara del futuro.

Tracciando l’impatto ambientale sempre più grande delle diverse società umane fin dagli albori, ci siamo resi conto che nella storia si sono succedute solo cinque tipologie di società.

Le prime, composte da cacciatori-raccoglitori, sono state seguite dalla rivoluzione agricola a partire da 10500 anni fa.

Il passaggio successivo è nato dalla formazione della prima economia globale, dopo lo sbarco degli Europei in America nel 1492, che è stato seguito nel tardo 1700 dalle nuove società nate dalla Rivoluzione industriale.

L’ultima categoria è quella di oggi: il modo di vivere capitalista basato sul consumo e sulla produzione di massa, emerso a seguito della Seconda Guerra Mondiale.

Un’attenta analisi rivela che ogni successivo modo di vivere è stato portatore di un uso più grande di energia, una più grande disponibilità di conoscenza e informazioni, con il risultato di un aumento di popolazione e di attività collettive.

Questi dati ci aiutano a pensare come evitare l’imminente crollo dovuto al fatto che la nostra economia globale raddoppia le sue dimensioni ogni 25 anni, cercando invece di valutare un nuovo e più sostenibile sesto modo di vivere, in grado di sostituire il capitalismo consumista.

Vista in questo senso, l’energia rinnovabile è fondamentale, anche al di là dell’emergenza climatica. Ugualmente, la libera educazione e l’accesso alla rete per tutti ha un significato che supera di gran lunga i social media, contribuendo tra l’altro rinforzare il ruolo delle donne. Questo potrebbe, tra l’altro, portare a una stabilizzazione della popolazione.

Più energia e più accesso alle informazioni sembrano essere le necessità principali per ogni nuovi tipo di società.

Si deve rompere lo schema della vita di oggi, dinamica e tesa a una produzione sempre maggiore e a un consumo di beni e risorse ormai senza fine, mettendo al centro della società la cura dell’ambiente.

Le nostre proposte sono due: una si chiama “Universal Basic Income” (UBI), che sarebbe una politica per cui ogni cittadino riceve una cifra di denaro in modo non condizionato al lavoro, a un livello superiore alle proprie esigenze di sussistenza.

La maggior parte delle persone continuerebbero a lavorare, ma l’UBI romperebbe il collegamento tra lavoro pagato e consumo.

Noi tutti lavoriamo duramente per meritarci quel sandwich ultra-imbottito o quel nuovo congegno, o quella lunga vacanza che sogniamo da sempre.

Il consumo è il premio per essere sempre più produttivi al lavoro. Con l’UBI potremmo, al contrario, pensare a lungo termine, al di là del pagamento della prossima bolletta come invece ci suggerisce l’era attuale.

Alcuni tentativi su piccola scala dell’UBI suggeriscono che educheremmo noi stessi, faremmo lavori utili e ci prenderemmo maggior cura degli altri e dell’ambiente.

La rimessa in sesto dell’ambiente potrebbe partire da un’idea semplice ma profonda: cedere metà della superficie del pianeta primariamente alle altre specie.

Questo è meno utopico di quanto sembri. Via via che riconosciamo sempre più il genere umano come parte della natura, prendono piede idee come il “re-wilding” (permettere a grandi aree del pianeta di “tornare alla natura”) e di riforestazione progressiva.

Le recenti iniziative in 43 Stati di riforestare 292 milioni di ettari di terra degradata (10 volte le dimensioni della Gran Bretagna), dimostrano che la riforestazione è già in agenda.

UBI e “Mezza-Terra” non sono certo i rimedi a tutti i mali della società ma, se vivere nell’era dell’Antropocene ci ha dato qualcosa, è la dimostrazione che le nostre azioni avranno un impatto massiccio sul solo pianeta dell’Universo che, per quanto ne sappiamo, ospita la vita. Sarebbe saggio usare questo immenso potere per dare all’uomo e a tutte le altre forme di vita la miglior chance di avere un futuro”.

Affascinante, vero? Forse utopico, certo… ma lo troviamo uno spunto di riflessione degno di nota su un tema, quello della sicurezza ambientale, cui teniamo molto.

Articolo originale in inglese sul sito della BBC a questo link

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