Rat running: i topi sono tra noi

Chi piomba a tutta velocità nelle strade laterali di una zona residenziale compie il “rat running”, un’azione potenzialmente pericolosissima per gli utenti più deboli della strada.

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No, non sto parlando di un’invasione improvvisa di roditori. Anche se in un certo senso il paragone è calzante.

Il tema di questo articolo è molto caro a chi vive in zone residenziali nei pressi di strade a grande scorrimento e alto rischio di ingorghi.

Capita infatti molto spesso, per chi abita in questo tipo di contesto, di ritrovarsi le strette stradine tra le case invase da automobilisti che cercano disperatamente una scorciatoia imboccandole a tutta velocità.

Si tratta di un comportamento particolarmente pericoloso, visto che le strade dei piccoli centri non sono adatte alla velocità. Un comportamento che crea vittime numerose.

In più, entra in conflitto con il normale ritmo del quartiere, che prevede modalità più lente, pedoni e ciclisti che si muovono sulle strade con serenità e che vivono molto male lo sfrecciare rapido e rischioso di veicoli proprio davanti alla porta di casa.

I pericoli della rat running

Gli inglesi hanno un termine molto colorito ed espressivo per definire questa pratica: “rat running”, la corsa dei ratti.

Questo tipo di guidatori, i ratti, per l’appunto, usa infatti l’area residenziale come scorciatoia e terra di conquista, imponendosi in modo parassitario su un contesto e un tessuto sociale che non prevederebbe certi comportamenti.

La corsa dei ratti scatta al momento in cui è necessario evitare una coda o un semaforo, e finisce rientrando nella strada principale.

Purtroppo, i “ratti” agiscono in modo indiscriminato anche in presenza di misure tese a scoraggiare la velocità.

Non sono infrequenti gli incidenti, spesso con esiti fatali dato il combinato tra effetto sorpresa per la vittima e fretta del guidatore.

Ma questo non è l’unico problema della “rat running”.

Praticarla al fianco di strade principali ottiene come unico risultato il peggioramento della situazione, creando ingorghi sulla strada residenziale, più piccola e scomoda, con il correlato inevitabile di nervosismo e inquinamento.

Non a caso, le strade a rischio vedono in molti paesi un deprezzamento del loro valore.

Come affrontare il problema

I “ratti” sono solitamente persone che conoscono bene la zona, in grado quindi di trovare un’alternativa alla via principale. Non ci sarebbe niente di male, se la velocità usata fosse quella congrua al passaggio senza rischi in zona residenziale, cioè inferiore ai 30 km/h.

I modi per evitare tutto questo, almeno in senso meccanico, sono svariati: la creazione di dossi artificiali, rotonde, blocchi stradali, strade a senso unico.

La realizzazione, insomma, di barriere concrete che impediscano tali scorciatoie nelle ore peggiori.

Un altro stratagemma per evitare questo comportamento è la creazione di numerose strade senza sfondo, il cambio dei sensi di marcia e la realizzazione di strade disegnate appositamente per creare confusione, rendendo il percorso nella zona residenziale troppo labirintico e quindi non conveniente.

In caso di eventi particolarmente affollati, la polizia può talvolta chiudere le strade secondarie proprio per evitare che gli automobilisti usino scorciatoie e strette strade laterali per evitare il traffico, ingolfandole.

Una risposta possibile: la zona 30

Dal nostro punto di vista, aggiungiamo solo due cose:

la prima è che desideriamo fortemente che la pratica sacrosanta dell’instaurazione di “Zone 30” prenda piede in maniera massiccia anche in Italia.

Si tratta (ma ne parleremo in un prossimo articolo più estesamente) della creazione di aree urbane con il limite a 30 km/h, da ottenersi con la presenza di dissuasori e ostacoli alla circolazione ma soprattutto con una massiccia operazione civica e culturale di sensibilizzazione a un diverso uso della strada: non più luogo di dominio delle auto, ma luogo di condivisione tra le varie utenze (pedoni, ciclisti, bambini) in cui l’automobilista è tollerato solo se procede a una velocità in grado di abbassare il rischio di danni agli utenti più fragili.

Un percorso che molti paesi d’Europa stanno già facendo, ma che qui è ancora limitato a poche aree urbane.

La seconda è che la definizione “rat running” ci piace molto: vorremmo che servisse almeno un po’ a sensibilizzare chi si comporta così, facendogli capire come viene visto dalla comunità.

A nessuno piace sentirsi dare di ratto, no?

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2 pensieri riguardo “Rat running: i topi sono tra noi

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