La prima bici non si scorda mai

bici bambino smanapp

“Remember when you were young…”

L’incipit della favolosa “Shine on you crazy diamond” dei Pink Floyd è un po’ il filo conduttore di questo articolo, che voglio dedicare alle prime biciclette della nostra vita.

La prima volta che vieni messo, esitante e perplesso, sul tuo triciclo rosso fuoco, te la ricorderai per sempre.

Quel primo, timido pedalare, con il vento tra i capelli e i tuoi genitori dietro a incitarti come se tu fossi all’ultimo metro del Giro d’Italia, rimarrà conficcato nel tuo DNA.

Poi le ruotine se ne vanno e resti in equilibrio su quel cavallino di metallo che significa libertà (lo so, è retorico dirlo… ma è proprio così).

Un Palio di biciclette

La mia prima bici “seria” la battezzai Gaudenzia, come una famosa cavalla bianca del Palio di Siena, ed era una buffa mountain bike multicolore con il sellino rialzato e un cambio a manopola, simile a quello delle automobili.

A completare il quadro invero un po’ pacchiano, nastri colorati appesi al manubrio e carte da gioco infilate tra i raggi (per chi ha colto il riferimento, sì, in quei giorni mi leggevo “It” e avevo già conosciuto una bicicletta molto particolare di nome Silver).

Eravamo un gruppo di amici, ragazzi di campagna, a sfidarci per le strade sterrate di un paese tra Siena e Grosseto. Le sfide erano un Palio simulato: ognuno rappresentava un contrada e ci mettevamo tutti in fila come alla “mossa” e uno partiva di rincorsa, dando il via.

Del resto, Siena era vicina, in quelle lunghe estati quasi potevi respirarla.

La guerra delle lappole

La gara era senza esclusione di colpi, simulando le sfide fantastiche di Dick Dastardly e Penelope Pitstop, eroi ridicoli dei cartoni animati anni ’80: mettevamo bastoni nei raggi delle bici altrui per far cadere i nostri avversari e usavamo come proiettili le lappole appiccicose che fiorivano un po’ ovunque.

Le cadute abbondavano, anche collettive, tra risate e rumori assordanti di ferraglia e lamiera.

La sera si tornava con i gomiti e le ginocchia devastati, per la gioia di genitori e nonni, che dovevano procedere a lavare, disinfettare e incerottare il tutto, sacramentando.

Ma tu il giorno dopo i cerotti li avevi già persi: quei graffi eran ferite di guerra, andavano ostentati, non nascosti!

Gaudenzia, vai!

Amavo follemente quella bici, mi faceva sentire un cavaliere senza macchia e senza paura: una sensazione che non ho mai più provato.

Ma l’adolescenza ormai era imminente, con la sua capacità di cambiare il corso dei pensieri: la mountain bike finì nel dimenticatoio, in qualche stanza della grande casa di mia nonna a prendere polvere. Non l’ho mai saputo, e oggi mi dispiace molto non sapere che fine abbia fatto.

Potrebbe essere ancora lì, in mezzo alle ragnatele, nella cantina di quella casa ormai pericolante e inaccessibile di un paese purtroppo ormai semi-abbandonato della campagna toscana.

Forse mi sta aspettando ancora, pronta a riprendere la corsa, convinta che il tempo non sia mai passato davvero, fiduciosa e sicura che il suo cavaliere tornerà, un giorno, per riattaccare un po’ di nastri colorati, collocare le carte da gioco e lanciarsi in una corsa pazza sulle strade bianche della campagna, al grido di “Gaudenzia, vai!”.

Questo era il mio ricordo… e il tuo qual è?

Ti va di raccontarci qualcosa della tua prima bicicletta? Ti aspettiamo! 

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